Crisi Economica e soggetti LGBTIQ

di seguito trovate il nostro contributo per il Roma Pride 2012 in merito a come la Crisi Economica si riversa sulle persone Gay, Lesbiche, Trans, Intersex, Bisex e Queer!

buona lettura!

LA CRISI NON E’ NEUTRA

Non è possibile raccontare la crisi se non partendo dalle sue specifiche ricadute nella vita dei soggetti. Né è possibile valutarne appieno gli effetti e i meccanismi attraverso i quali produce povertà e miseria se non si restituiscono le differenze con cui si incarna nella vita di donne, trans, lesbiche, intersex, gay.

La crisi non è neutra. E non sono neutre, negli effetti e nelle conseguenze, le strategie con cui le politiche pubbliche, in nome di austerità e rigore, stanno gestendo l’uscita dalla crisi del capitale. Se l’attuale congiuntura economica poteva essere il momento per ripensare un modello di sviluppo al di fuori della supremazia del mercato, la sostanza dei sacrifici richiesti alla cittadinanza per allontanare il rischio del default e per il salvataggio dell’economia, indica piuttosto una sostanziale continuità con le politiche neoliberiste che sono all’origine stessa della crisi.

La ricetta è sempre uguale a se stessa: socializzare le perdite, impoverendo milioni di cittadin*, per salvare le banche e gli interessi privati. Quindi da una parte si riducono i costi, attraverso la ristrutturazione del mercato del lavoro e un’ulteriore precarizzazione della forza lavoro, dall’altra vengono messi in discussione i sistemi di garanzie sociali. La progressiva erosione di diritti e la difficoltà di accedere al lavoro e al reddito colpiscono chiaramente in maniera più deflagrante quei soggetti e più fragili e già penalizzati.

La precarietà lavorativa, che si traduce nella proliferazione di contratti temporanei privati di ogni tutela e garanzia, significa per le persone lgbtqi, che decidono di manifestare la propria identità, essere esposte al ricatto e alla discriminazione (ostacoli nell’assunzione o nell’avanzamento di carriera, aggressioni fisiche o molestie, mobbing o licenziamento). In altri casi – forse la maggioranza – la discriminazione si esprime nella necessità di occultare e invisibilizzare la propria identità, proprio per non incorrere nei rischi sopracitati.

Uniformarsi all’identità dominante o piegarsi alla conformità sessuale sul luogo di lavoro, e più in generale nella vita pubblica, diventano le uniche strategie di sopravvivenza all’interno di un ambiente percepito come ostile.

Oggi più di prima, nel tempo della crisi e della retorica della morigeratezza, è necessario essere decorose, sobrie e austere, finendo per vivere il paradosso di mostrarsi “normali” in un contesto lavorativo che rende sempre più “atipiche”.

La riforma del mercato del lavoro partorita dal governo Monti irrigidisce il quadro: mantenendo inalterate tutte le categorie di contratto precario e arrivando alla modifica definitiva dell’articolo 18, annulla ogni traccia di garanzia e diritto e armonizza la condizione di tutt* alla situazione peggiore. Abolita la barriera della giusta causa rimangono i licenziamenti discriminatori ed economici, che saranno difficili da dimostrare e facilmente aggirabili.

Se già prima di questa riforma storica, la tutela non bastava a mettere al riparo un lavoratore glbtqi dalla discriminazione e dal licenziamento, oggi al datore di lavoro viene assicurata un’assoluta libertà di liquidazione.

Ma a rendere ancora più precarie le nostre vite non sono solo i contratti precari e il lavoro. Anche il drastico ridimensionamento di tutto quel complesso di servizi che chiamiamo “stato sociale”, oggetto di un attacco fatto di drastiche riduzioni di spesa e di vere e proprie svendite di servizi pubblici, ha delle ripercussioni sulle scelte di vita, sulle prospettive di autodeterminazione e sulle libertà.

Negli ultimi anni, la precarietà prima e le politiche di austerity oggi, hanno creato pressioni su quelle forme di “welfare familistico” (modello che ha come perno la famiglia eterosessuale e il lavoro gratuito delle donne) a cui da sempre è stato delegato il compito di risolvere le mancanze del welfare pubblico italiano e di bilanciare l’assenza di ogni misura di welfare individuale.

Un welfare quasi interamente fondato sugli obblighi di cura e di sostentamento della famiglia mononucleare risulta problematico per diverse ragioni. In primo luogo, rimanere legati economicamente alla famiglia d’origine compromette i processi di fuoriuscita e di indipendenza da quell’istituzione, che continua a rappresentare (nonostante le sue innegabili trasformazioni) lo spazio sociale nel quale si annidano e si riproducono le logiche eteronormative, i condizionamenti culturali sul desiderio e sugli stili di vita, i meccanismi di soffocamento della differenza e la criminalizzazione di tutte le scelte che si pongono al di fuori della norma eterosessista. Inoltre dare centralità al welfare familista significa che la famiglia rimane l’unica beneficiaria di quelle tutele che ancora non sono state soffocate.

Mentre nella realtà la famiglia è sempre più deflagrata dall’emergenza di una complessa geografia relazionale e di molteplici modi di vivere l’affettività, il discorso politico riserva la cittadinanza solo a un modello ormai incapace di contenere le differenze che ci caratterizzano sul piano dei desideri e della sessualità.

Per tutte queste ragioni è oggi fondamentale chiedere un modello di stato sociale, svincolato da logiche familiste, che invece trovi il suo fondamento nei diritti della persona in quanto tale, indipendentemente dallo spazio di affetto e amore che ognun* vuole costruire.

 

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